Archivio per maggio 2007

Contestato

Ieri, 30 Maggio, un gruppo di studenti medi ha protestato durante la presentazione del Progetto “Meccanica Avanzata in Israele” che si è tenuto presso il CNR in via Gobetti a Bologna.

Gli studenti del Coordinamento Iskra, hanno inteso contestare gli accordi commerciali che mirano all’accrescimento tecnologico-militare di Israele e “l’intollerabile segregazione, l’impoverimento e la distruzione del popolo palestinese e dei suoi possedimenti sono segnale del regime di terrorismo aperto da parte dell’esercito sionista, sostenuto materialmente dalle imprese e i poli finanziari europei, italiani ed emiliano-romagnoli”.

Nel loro comunicato si chiede la revoca di qualsiasi sostegno, investimento e collaborazione con lo stato di Israele e la cessazione degli attacchi contro il popolo palestinese.

“Sosteniamo questa forma di protesta, nessun soldo allo Stato di Israele, fermiamo il sionismo per un unico Stato palestinese libero e indipendente” afferma in un comunicato la Rete dei Comunisti di Bologna.

Il Forum Palestina, in una nota diffusa nel pomeriggio, rilancia anche in Italia la campagna di boicottaggio della collaborazione dell’Italia con l’economia di guerra israeliana, chiedendo al contrario che il governo italiano revochi il vergognoso embargo contro i palestinesi e l’accordo di cooperazione militare Italia-Israele siglato dal precedente governo Berlusconi.

Il Forum Palestina denuncia anche l’approvazione al Senato di un nuovo accordo di cooperazione tra Italia e Israele sulle tecnologie satellitari a tutto vantaggio dell’industria strategica e militare israeliana.

In proposito è intervenuto anche il sen. Fernando Rossi, polemico anche con la presidenza del senato che gli avrebbe negato la parola in sede di discussione. (Vedi dichiarazione)
Ecco il volantino diffuso dagli studenti bolognesi che hanno interrotto e contestato il convegno sulla collaborazione industriale della regione Emilia-Romagna, con Confindustria e Israele.

INVESTIRE IN ISRAELE È UN ATTO CRIMINALE!!

a cura del Coordinamento studentesco di base Iskra di Bologna

Alcuni studenti medi di Bologna sono oggi, mercoledì 30 maggio, alla presentazione del progetto “Meccanica Avanzata in Israele”, per contestare gli accordi commerciali che mirano all’accrescimento tecnologico- militare di Israele.

L’intollerabile segregazione, l’impoverimento e la distruzione del popolo palestinese e dei suoi possedimenti sono segnale del regime di terrorismo aperto da parte dell’esercito sionista, sostenuto materialmente dalle imprese e i poli finanziari europei, italiani ed emiliano-romagnoli.
-Chiediamo la revoca di qualsiasi sostegno, investimento e collaborazione con lo stato di Israele
-Invitiamo al boicottaggio di queste imprese, dei loro prodotti e servizi
-Fine dei rapporti diplomatici con Israele, per sostenere il diritto alla terra, alla libertà e all’autodeterminazione della Palestina

SOLIDARIETÀ AL POPOLO PALESTINESE ALLA SUA LOTTA CONTRO L’ESERCITO OCCUPANTE, SEGREGAZIONISTA E RAZZISTA

Coordinamento studentesco di base Iskra di Bologna

__(‘Continua a leggere »’)

Commenti

Noi

Intervista a Mahmud Darwish

di Geraldina Colotti

su Il Manifesto del 29/05/2007

Mahmud Darwish ci parla della tragica situazione della sua gente, a cui un mondo «annoiato» che non produce che «odio» ha voltato le spalle lasciandola sola

«Noi palestinesi siamo entrati in una fase assurda: l’assurdità dei soldati che in battaglia si ammazzano fra loro. Un’assurdità fatale. I significati ci sfuggono, la strada ci sfugge, la nostra stessa immagine ci sfugge». Così il grande poeta palestinese Mahmud Darwish torna a parlare del suo popolo con il manifesto.
La cornice è quella postmoderna e spaesante dell’Hotel Santo Stefano a Torino, eredità delle ultime Olimpiadi, dove Darwish arriva, accompagnato dalla traduttrice libanese Chirine Haidar. Darwish, ospite dell’associazione Circolo dei Lettori, è venuto a presentare il suo libro Oltre l’ultimo cielo. La Palestina come metafora, tradotto da Gaia Amaducci, Elisabetta Bartuli e Maria Nadotti, e pubblicato dalla casa editrice Epoché. Un volume di riflessioni (dal ’96 al 2004), in forma di incontri e dialoghi con diversi intellettuali arabi, che ricapitolano l’itinerario culturale e politico del poeta.
In un capitolo del libro, datato Ramallah ’96, lei dice: «Il nostro presente non si risolve né a iniziare né a finire». E oggi? A che punto è il presente dei palestinesi?
Dopo una fase intermedia, sospesa tra il movimento di liberazione nazionale e la promessa di uno Stato che non si è realizzata, siamo rimasti fermi nel campo del quasi: abbiamo quasi un’autorità, quasi un ministero, quasi un’occupazione… e nello stesso tempo non abbiamo niente. Le ragioni di fondo di quel che sta accadendo oggi, sono senz’altro politiche: un intero popolo si trova in un carcere e i carcerieri quando c’è grande tensione guardano i prigionieri che iniziano a lottare fra di loro e giocano con le loro differenze, con i loro limiti. A Gaza c’è fame, e l’uomo armato quando ha fame diventa un mercenario, riversando sul popolo anche problemi morali. Ma c’è anche qualcosa di profondo e di non risolto, che va oltre le differenze di linee politiche interne, e spinge i fratelli a combattersi fra loro anziché combattere l’occupazione. Ci siamo resi conto che gli accordi di Oslo hanno scavato un baratro in cui siamo caduti, ma non abbiamo ancora realizzato appieno quale sia la nostra posizione attuale, fino a che punto abbia giocato nel profondo la frustrazione provocata da Israele, sordo a ogni nostro tentativo: Israele firma gli accordi, e poi non li rispetta. Vuole il muro di separazione, e il muro viene costruito, eppure la pace continua a rimanere lettera morta, persino quando tutti i paesi arabi si mobilitano per normalizzare le relazioni. E intanto, nel mondo è cambiata l’immagine del palestinese: prima era un partigiano della libertà, oggi i media nordamericani e israeliani gli hanno costruito l’abito del terrorista, una maschera che gli viene sbattuta in faccia e in cui deve riconoscersi. Il mondo intero, però, ha dimenticato il problema fondamentale: c’è un popolo che vive sotto occupazione da 40 anni, e che non sta chiedendo niente di strano, solo il 22% del suo territorio storico. Ma il mondo è annoiato e non si cura di quanto noi, esseri circondati e assediati, possiamo essere sfiniti, di quanto possano malamente implodere le energie frustrate e latenti da 12 anni. Il mondo intero produce odio, ma non vuole accusare Israele per timore di essere accusato di antisemitismo. Così Israele anziché uno Stato che opprime, diventa un valore etico, al di là di ogni legge: non più un fenomeno storico, ma divino. E Peres, che passa per uomo di pace, può dire tranquillamente che le colonie sono soltanto blocchi residenziali israeliani. Il linguaggio politico è categoricamente cambiato secondo la volontà israeliana, l’occupazione è ormai parola impronunciabile e incomprensibile…

Nel corso degli anni, i suoi versi sono stati quelli del «poeta veggente», capaci di anticipare le fiamme di Beirut e il calvario dei profughi senza diritto al ritorno. Pensa che Beirut stia per esplodere ancora?
Sono stato a Beirut un mese fa, ho partecipato alla Fiera del libro arabo con le mie poesie, ma non sono riuscito a riconoscere la città. Sì, il mare c’era, la montagna c’era, la gente anche, però mi è sembrato di leggere nei loro sguardi una specie di scissione tra la paura di vedere realizzate le previsioni più nere e la volontà di non volere più assomigliare a qualcun altro. Purtroppo, dalle nostre parti, le questioni interne sono punti su un’agenda esterna, non abbiamo neanche il diritto di scrivere un ordine del giorno. La situazione regionale dipende da quella internazionale, nessuno è libero, nessuno è indipendente, meno che mai i palestinesi. Il diritto al ritorno, ormai, è parola proibita nel registro israeliano, ma anche in quello di alcuni regimi arabi e in quello internazionale, perché – si dice – rappresenterebbe un pericolo per lo Stato di Israele. Intanto i profughi sono sempre più numerosi e la loro situazione peggiora. Il diritto al ritorno, però, sembra diritto esclusivo della diaspora israeliana, che lo attende da 2.000 anni. A quelli cacciati solo da 50-60 anni resta solo il diritto a… emigrare. E intanto, ogni anno, se vado nei campi o accendo la televisione, vedo sempre la stessa immagine: una donna palestinese che porta via le sue cose e i suoi bambini, che sta scappando in un campo di Rafah, di Gaza o del Libano. La vedo gridare, alzare le mani al cielo, ma il cielo non risponde. Questa donna una volta era mia madre, poi è stata mia sorella e forse adesso è mia figlia.

A lei è toccato di esplorare il limite, frequentando la morte, l’esodo o il carcere. Cosa apporta al poeta un’esperienza simile?
La vera poesia è una particolarissima miscela chimica che filtra l’esperienza collettiva attraverso quella intima. La poesia richiede e offre metafore per rendere la realtà più sopportabile. Quando ero in carcere, da un punto di vista poetico vedevo il mio carnefice come un prigioniero, e mi sentivo più libero di lui perché io ero soltanto privato della libertà, ma non della capacità di riconoscere l’altro dentro di me. Non ho cambiato opinione. Il nemico ha numerose maschere, abbiamo tratti in comune e, in queste condizioni umane complesse, può capitare di scambiarsi i ruoli. Ma io non voglio abitare l’immagine che il nemico ha scelto per me. Io ho scelto il campo dei perdenti, mi sento un poeta troiano, uno di quelli a cui è stato tolto persino il diritto di tramandare la propria disfatta.

__(‘Continua a leggere »’)

Commenti

Nuovo

L’assemblea dei soci dell’Associazione Amicizia Sardegna Palestina ha approvato il bilancio consuntivo 2006 e eletto il nuovo direttivo che resterà in carica per il prossimo biennio.

Alla presidenza è stata confermata Mariangela Pedditzi, così come alla vicepresidenza è stato eletto Fawzi Ismail.

Del direttivo faranno parte, in qualità di tesoriere, Ibrahim Jammoul e, con funzione di segretario, Michele Zurru. Oltre questi saranno presenti anche Selima Francesca Karroum, Francesco Bachis e Giorgia Fonnesu.

Si è rinnovato anche il collegio dei revisori dei conti nelle persone di Rosalba Atzeni, Grazia Dore e Alessia Meloni. L’assemblea è stata anche occasione per fare il punto dell’attività dell’associazione, notevolmente in crescita in questi ultimi due anni.

Di tutto ciò potete trovare ampia documentazione nel verbale dell’assemblea, scaricabile a questo link.

__(‘Continua a leggere »’)

Commenti

5

L’associazione ringrazia tutti coloro che lo scorso anno ci hanno voluto sostenere con la devoluzione del 5 per mille.

A tutt’oggi non ci è dato ancora conoscere l’entità delle devoluzioni, per questioni strettamente burocratiche del Ministero.

Nell’attesa, comunque, ricordiamo che anche quest’anno sarà possibile devolvere il 5 per mille della propria dichiarazione dei redditi, essendo l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina inclusa nell’elenco dei beneficiari.

Per fare questo è sufficiente:

1. immettere i propri dati anagrafici e il proprio codice fiscale

2.firmare nel riquadro indicato come “sostegno del volontariato, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale…” (il primo a sinistra dei quattro che si trovano nella dichiarazione)

3.indicare in quel riquadro il codice fiscale 92084790929.

I titolari di un solo reddito da lavoro dipendente o di una pensione che non devono presentare la dichiarazione dei redditi possono consegnare la scheda (come si fa anche per l’8 per mille) in busta chiusa ad un ufficio postale, a uno sportello bancario o a un intermediario abilitato alla trasmissione telematica (CAF, commercialisti ecc.).

Per ulteriori informazioni sull’associazione Culturale Amicizia Sardegna Palestina scrivi a: sardegnapalestina@libero.it; o invia una lettera all’indirizzo: Via Monte Santo, 28 – 09100 Cagliari – Tel. n°3391033752

__(‘Continua a leggere »’)

Commenti

Paola

La visita del Presidente del Parlamento italiano a Gerusalemme è stata segnata da un virulento quanto immotivato attacco di alcuni esponenti della comunità ebraica italiana, che hanno criticato in Italia la stampa «di sinistra», rea di avere «pregiudizi contro Israele». Evidentemente, costoro vogliono ignorare che i maggiori giornali italiani, a cominciare dal Corriere della Sera e La Stampa, fanno trattare le questioni che riguardano Israele e Palestina da giornalisti molto filoisraeliani. Il partito a cui è legato il quotidiano l’Unità, e l’Unità medesima, hanno tra i massimi dirigenti dei leader di «Sinistra per Israele», che difendono Israele in ogni circostanza.
Vi è in Italia un solo quotidiano italiano di sinistra, non legato ad alcun partito, a dare costantemente un’informazione rigorosa sulla drammatica situazione del popolo palestinese, in Israele e nei Territori Occupati: sulle molte migliaia di case distrutte, sull’economia strozzata, sugli oltre 10.000 prigionieri, fra cui centinaia di minorenni, molti dei quali senza formale incriminazione, spesso torturati. Gli ospiti di Bertinotti hanno sbrigativamente sorvolato su tutti questi fatti accertati, denunciati anche dal quotidiano israeliano Ha’aretz. Hanno sostenuto che i cittadini israeliani arabi-palestinesi godono dei diritti di cui godono gli israeliani ebrei, mentre sono discriminati nella scuola, sul lavoro, l’accesso alla terra e il diritto alla proprietà.
Gli esponenti israelo-italiani, che hanno ricevuto Bertinotti nella sinagoga, lo hanno attaccato approfittando del fatto che, per la qualifica istituzionale, non poteva difendersi liberamente. Ma, da Bertinotti, noi della sinistra ebraica speravamo qualcosa di più: una parola chiara contro il Muro – costruito in gran parte in territorio palestinese -, contro i posti di blocco, che rendono impossibile ai palestinesi spostarsi e raggiungere il luogo di lavoro, contro la confisca di acqua, contro l’uso di scudi umani, contro le torture in carcere, contro la politica di vietare (da 14 anni!) ai palestinesi senza il permesso dell’occupante di raggiungere Gerusalemme Est (territorio occupato!), e quella di rinchiudere (da 14 anni!) gli abitanti di Gaza in una prigione a cielo aperto.
Compito della sinistra è sostenere l’oppresso, non l’oppressore; l’occupato, non l’occupante. La nostra delusione non è solo etica: è anche politica. Se non si distrugge il Muro, se non si abbandonano le colonie (costruite contro la legge internazionale), non può nascere uno stato palestinese economicamente autosufficiente, ma solo un insieme di bantustan senz’acqua, sotto il controllo israeliano. Gli esponenti italo-israeliani ci hanno offeso come ebrei: l’Israele che difendono ha gettato alle ortiche, disonorandola, la nostra tradizione culturale di universalismo e di pace, che ci ha sempre schierati contro il più sanguinario degli idoli, il nazionalismo. Questo ha generato le peggiori aberrazioni, di cui purtroppo Israele è ora un esempio.

(il Manifesto, 9 Maggio, P.15)

__(‘Continua a leggere »’)

Commenti