Gideon Levy: Perché un palestinese che non si occupava di occupazione si suicida per mano dell’esercito israeliano?


In quest’ultimo anno molti analisti politici hanno cercato di spiegare l’ondata di ”suicidi” di giovani palestinesi. Naturalmente la stampa spazzatura, la stampa asservita consciamente o inconsciamente alle logiche di guerra, derubrica tutto ad  atti terroristici. Solo cercando di inventarsi il terrorista puoi giustificare la “guerra al terrore”. Ormai non ci crede quasi più nessuno alla guerra al terrore. E’ sempre più manifesto, anche ai più disinformati,  che il terrore è generato da quelli che dicono che lo vogliono combattere. Gli israeliani, trai più scaltri nel creare dal nulla i terroristi, stanno giustificando 70 aa di occupazione con la “guerra al terrore”.  Sono tra i principali artefici, insieme agli americani, nel creare terroristi e terrore. Anzi si potrebbe dire che attraverso la potente lobby israeliana AIPAC, che ha personaggi in punti nevralgici del sistema americano  di creazione del terrore (CIA; funzionari del ministero di giustizia, dell’intelligence ecc..) sono gli ispiratori degli americani, nel creare terroristi e terrore. Il resto lo fa la lobby degli armamenti, industria che soprattutto in America tira l’economia e arricchisce i grandi capitali. Le guerre servono solo a fare soldi. Molti soldi per pochi. Per fare le guerre devi inventarti il nemico. Tutto questo lo si capisce meglio se si guarda questo film che spiega perché si fanno le guerre :”The Shadow World” che trovate qui Purtroppo è in inglese ma in alcune parti la voce è di quello straordinario poeta che era Eduardo Galeano che ha scritto  i testi parlati del film e li legge in spagnolo ed a cui il film è stato dedicato.  

Ma torniamo ai giovani palestinesi. Abbiamo deciso di tradurre questo articolo di Gideon Levy  perché da molto tempo sostiene che i giovani palestinesi non compiono atti terroristici, non appartengono a strutture organizzate, spesso non hanno neanche un background politico alle spalle (come nel caso citato nell’articolo). Si tratta di giovani che crescono senza speranza , pieni di dignità come solo i giovani palestinesi sanno avere, ed ai quali piano piano questa dignità viene tolta. Un uomo senza dignità è un uomo che non ha più niente da perdere e se questo individuo non è un uomo ma un giovane allora è capace di tutto. Un uomo adulto ha la scorza del tempo che spesso può far arrendere al degrado. Un giovane no.

Non ci sono organizzazioni “terroristiche” dietro i giovani che si suicidano . Gli ultimi articoli di Levy sono tutti orientati a smontare il castello di sabbia Israeliano: senza terroristi non si può fare la guerra!  La recente vittoria alla moschea di Al Aqsa è solo il primo dei segni che il governo israeliano sta scricchiolando. Non sarà certo il cambio di governo di Netanyahu , praticamente in crisi e con un sostituto gemello a prenderne il posto,  a cambiare la politica di quel governo. Ma questi giovani, che decidono di togliersi la vita, stanno portando a galla, alla ignara e poco informata opinione pubblica israeliana, le ipocrisie del loro governo.

Questo pugno di giovani sempre più fragili e vulnerabili sta mettendo in seria difficoltà la IV potenza militare del mondo!

Buona visione e buona lettura.   G.L.

 

Perché un palestinese che non si occupava di occupazione si  suicida per mano dell’esercito israeliano? (Gideon levy e Alex Levac;  Haaretz 05/08/17 fonte )

Mohammed Jabrin era tra i giovani del  villaggio palestinese di Tuqu, adiacente alla colonia israeliana  di Tekoa, in Cisgiordania , ad est di Betlemme, quello che meno si occupava di politica. Le automobili erano l’unico suo interesse. Ora la sua immagine è appesa nelle mura della sua casa tra quelle di Yasser Arafat e Mahmoud Abbas su un grande poster che lo commemora. Il suo sogno era possedere  una BMW, ma alla fine ha fatto una morte da “ Shahid” (santo martire), e nella foto che lo ricorda tra le mura della sua casa, si trova tra Arafat che lo saluta ed  Abbas che lo guarda.

Sembrano proprio sinceri i suoi familiari  quando riferiscono che erano veramente stupiti  che  Jabrin, il più giovane dei figli, potesse aver diretto la macchina contro i soldati che si trovavano all’incrocio del paese e sia poi uscito dalla  macchina cercando di pugnalarli. Mohammed? Il ragazzo meno politicizzato di Tuqu?  Lo stesso agente dello Shin Bet, della postazione locale delle forze di sicurezza “il capitano Imad”, che conosce tutti in città, si è dimostrato sorpreso. Strano è anche il fatto  che le forze di sicurezza non hanno demolito la casa di famiglia, non hanno condotto una approfondita ricerca nella casa di Jabrin ed hanno restituito il suo corpo il giorno dopo la sua morte.

Stando a quello riferito da un altro familiare, le notte prima del tentativo di attacco Mohammed ed il padre Ibrahim hanno avuto un’accesa discussione. Ibrahim ora  non lo conferma , ma un altro familiare ha detto che Mohammed non poteva sopportare l’offesa della discussione con suo padre. Ha lasciato la casa con rabbia, ha trascorso la notte a casa di sua sorella e la mattina successiva ha preso la sua Mazda 3 – l’auto che è stata il motivo  del disaccordo con Ibrahim, che non voleva che Mohammed guidasse un’auto che seppure lui aveva pagato, era stata rubata da qualcun altro e non aveva libretto di circolazione- ed è uscito a tutta velocità  verso i soldati. Li ha poi minacciati con un coltello ed a quel punto il suo destino era segnato. A quanto pare voleva morire.

La strada verso Tuqu è piena di pietre ed è macchiata da strisce di pneumatici; sono i  resti dei disordini che sono scoppiati nel villaggio dopo l’uccisione – prima di Jabrin, quasi un mese fa, e poi, 10 giorni dopo, del suo amico Mohammed Tnouh.

Ibrahim Jabrin, 70 anni, è imponente nel suo  abito bianco con  keffia bianco-neve. padre Due dei fratelli del giovane ucciso,  Walid, il più anziano, e Salah, sono nel salotto, ornato di foto del defunto, tra fiori di plastica colorati e divani in velluto color cremisi. La parola “occupazione” non è stata menzionata nemmeno una volta nelle due ore che abbiamo trascorso nella loro casa. Di tutte le volte che sono stato nelle case di palestinesi uccisi dalle forze israeliane questa è l’unica in cui  non si è parlato dell’occupazione.

Mohammed Jabrin aveva 22 anni, era il  titolare di un negozio di elettrodomestici e accessori per auto a circa 200 metri dalla casa di famiglia. Era sposato? La domanda suscita un sorriso enigmatico sia del padre che dei figli. Si vociferava  che presto si sarebbe fidanzato. Con chi? Mohammed non aveva mai detto il suo nome. Tutti e dieci i suoi fratelli più vecchi di lui sono sposati. Un volta, quando i suoi genitori lo hanno un po’ pressato per conoscere le sue intenzioni, ha risposto: “Io sposerò un’auto”. Ogni volta che nel villaggio succedevano disordini ed entravano le forze israeliane, chiudeva il negozio e ritornava a casa. Non è stato mai arrestato e non ha mai avuto problemi. Cos’è allora che lo ha spinto a fare questo gesto?

“Come più piccolo della famiglia le attenzioni erano tutte rivolte a lui”, ha detto Walid. “Era caoccolato da tutti noi. La mamma lo amava più di ogni altra cosa. Aveva tutto. Mamma, che è morta otto mesi fa, parlava solo di lui ed era preoccupata perché ancora non si era fidanzato. Ancora non riusciamo a capire cosa sia successo. ”

Un amore non corrisposto? Una disputa familiare? No, inverosimile. Sia i  fratelli che il padre lo escludono. Mai avrebbero potuto immaginare che a loro fratello sarebbe potuta accadere una cosa del genere, ed è da quando è stato ucciso che cercano invano una spiegazione. Ibrahim dice che suo figlio era intelligente – le sue eccellenti pagelle sono appese al muro. Su una cosa  la famiglia è d’accordo: il motivo del suo gesto non è certamente politico.

La porta verde della stanza del figlio più piccolo e più viziato di casa è chiusa;  la aprono per noi.  Due letti in ferro, nel pavimento antiche piastrelle,  poche foto di famiglia incollate senza molta cura sul muro, un armadio. C’è un silenzio fitto che riempie la stanza. Nel  guardaroba un deodorante israeliano. Una parete è decorata con stelle e cuori una volta lucenti, il cui splendore è ormai sbiadito. Il diploma del liceo è sulla scrivania. Non c’è alcun segno che possa essere ricondotto a qualcosa di politico. C’è anche la vecchia macchina da cucire di mamma, orfana e muta, involta da una coperta.

Ibrahim Jabrin dice che il giorno prima della sua morte, poco prima  che lui stesso andasse alla moschea, ha visto suo figlio intorno alle 10 del mattino.Taqu Era il 10 luglio. È possibile che Mohammed tornasse a casa dopo aver trascorso la notte a casa di sua sorella. Nessuno sa dove sia andato dopo. Mezz’ora prima della sua morte e’ andato alla stazione di servizio a fare il pieno. A mezzogiorno ha preso la sua auto e si  è diretto  verso la torre di avvistamento dell’esercito che si affaccia all’entrata di Tuqu. Dall’altro lato della strada c’erano alcuni soldati e  Jabrin ha diretto la macchina verso di loro. Si sono riparati dietro la recinzione di sicurezza, ed uno di loro è caduto all’indietro. Jabrin è quindi uscito dalla macchina probabilmente  con un coltello in mano.

Dalla torre hanno sparato due colpi che lo hanno ferito a terra. E’ stato poi sparato più volte dai soldati che si trovavano in strada. I proiettili hanno colpito la parte  superiore del corpo. Il certificato di morte rilasciato dal Ministero della Salute palestinese ha dichiarato che Mohammed è morto dissanguato per le ferite procurate dai soldati israeliani, al cuore, al fegato ed ai polmoni.

In seguito ad una richiesta ufficiale di Haaretz, il portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato: “Il 10 luglio 2017, un terrorista del villaggio di Tekoa (in arabo Tuqu) ha commesso un attacco combinato con macchina e pugnale  all’entrata del villaggio. Ha visto un soldato che attraversava  la strada ed ha cercato di investirlo. Il veicolo ha colpito il soldato  che è stato leggermente ferito. Poi il terrorista è uscito dall’auto e si è avvicinato ai soldati, che  più volte lo hanno invitato a fermarsi. Il terrorista ha agitato un coltello verso i  soldati che come risposta  hanno  aperto il fuoco su di lui uccidendolo”.

Walid, il primogenito, impiegato nel comune del paese, si trovava a Bethlehem . Appena appreso che all’entrata del villaggio c’era stato un incidente d’auto che coinvolgeva un Mazda 3 si è precipitato a Tuqu. I soldati hanno cercato di tenerlo lontano dal sito e il rappresentante dello Shin Bet gli ha detto di andare nella vicina colonia  di Etzion. Là, il capitano Imad chiese a Walid come è possibile che in una famiglia tranquilla come la loro potesse accadere un cosa simile. In quel momento Walid non aveva ancora capito che si trattava di un atto contro le forze di occupazione israeliane ma pensava che si trattasse di un’incidente d’auto. Poi, sul computer  gli ha mostrato due foto di suo fratello morto , ed è così che è avvenuta l’identificazione del  corpo.

L’ufficiale Israeliano  ha anche mostrato a Walid una foto della casa di famiglia, forse con l’intento di cercare informazioni . Gli ha poi detto che il corpo del fratello gli sarebbe stato restituito l giorno dopo, come infatti è poi avvenuto. Un altro uomo dello Shin Bet (il servizio segreto israeliano ndt) ha detto che i componenti  della famiglia, tutti con il permesso di lavorare in Israele, “in un prossimo futuro avrebbero dovuto riposare un po “. Questo perché dopo ogni tentativo di attacco da parte di un individuo, Israele revoca i permessi di lavoro di tutti i suoi parenti per anni, per evitare eventuali atti di vendetta.

Anche il  cognato di Jabrin, Nesim , è corso  sulla scena dell’incidente.  Suo figlio di 15 anni spesso viaggiava in macchina  con Mohammed, e si è quindi  spaventato nel vedere la Mazda all’incrocio circondata da soldati e uomini dello Shin Bet. Questi hanno mostrato a Nesim un video  dell’attacco. Il giorno successivo alle 2 del pomeriggio  il presidente del consiglio comunale ha ricevuto una chiamata dalle autorità israeliane per coordinare la restituzione del corpo. Il funerale si è tenuto nel cimitero di Tuqu quello stesso giorno.

La tomba di Jabrin è rimasta l’ultima nel cimitero per soli 10 giorni. Il 20 luglio il suo amico Mohammed Tnouh si è diretto verso la strada che conduce a Betlemme cercando  di attaccare ed uccidere un soldato. E’stato immediatamente colpito a morte dagli altri soldati. Circa sei mesi prima, la piccola figlia di Tnouh era morta dopo una malattia e due mesi prima della sua morte si era separato da sua moglie. Stava tentando di copiare da Mohammed un  suicidio facile? Ha invidiato il coraggio di Jabrin? Domande a cui non sapremo mai rispondere.

E venerdì scorso, un pastore, Abdullah Taqatqa, di Marah Malah, a pochi minuti di macchina da Tuqu, si è scagliato contro  soldati che si trovavano sull’autostrada 60, non lontano dall’incrocio di Bloc Etzion, e ha cercato di attaccarli, probabilmente  con un coltello. I soldati gli  hanno sparato e lo hanno colpito da lontano con sette colpi uccidendolo.

Quello che si dice nel suo paese  è che Taqatqa era un giovane che soffriva di alta pressione, diabete e malattie renali. Era anche molto religioso, e gli eventi della moschea di Al-Aqsa hanno avuto un forte impatto emotivo su di lui. Il suo corpo non è ancora stato restituito alla famiglia, che ha pianto la sua morte nel cortile della scuola del paese dove hanno steso per terra una bandiera palestinese, senza una tomba su cui pregare.