L’insediamento ebraico nella Città Vecchia di Gerusalemme – di Nadhmi al-Ju’beh


Tratto da Le colonie: Gerusalemme, in «La rivista del manifesto», n. 28, maggio 2002, pp. 47-50.


  1. Cenno storico

Nel 132 l’imperatore Adriano aveva proibito agli ebrei di abitare a Gerusalemme. Tale divieto rimase in vigore fino al 636, anno della conquista islamica della città. Ci fu una limitata presenza ebraica a partire da quell’anno e fino alla conquista crociata nel 1099 quando gli abitanti di Gerusalemme, compresi gli ebrei, furono massacrati dai crociati. Una nuova presenza ebraica, sporadica e limitata, si segnala a partire dai secoli XIII e XIV, ma è a partire dal 1860 che ci fu un aumento dell’immigrazione di ebrei nella Città Vecchia. Si potrebbe attribuire tale aumento a una maggiore pressione sulle comunità ebraiche in Europa e alla comparsa, sempre in Europa, di movimenti che preludevano alla nascita del sionismo. Il piccolo e storico Quartiere Ebraico divenne sovraffollato. I nuovi arrivati cominciarono a trovare alloggio nei quartieri vicini. In questo modo il Quartiere Ebraico si allargò. Ma l’affluenza di ebrei nella Città Vecchia diminuì per la crescita di quartieri nuovi fuori le mura dove i servizi erano più moderni e forse anche per l’aumento della tensione tra gli abitanti autoctoni palestinesi e gli stranieri ebrei man mano che il progetto sionista prendeva piede (anni 1921, 1926, 1929). Nel 1948 la situazione demografica nella Città Vecchia era la seguente:

totale abitanti: 36.000

palestinesi (musulmani e cristiani): 33.600

ebrei: 2.400.

Con la guerra del 1948 furono espulsi gli 80.000 abitanti palestinesi dei quartieri occidentali della città di Gerusalemme (fuori le mura) caduti sotto l’occupazione israeliana, mentre dai quartieri orientali (dentro e fuori le mura) caduti sotto controllo giordano, circa 4.000 ebrei si spostarono nei quartieri occidentali. Il Quartiere Ebraico, rimasto disabitato, fu posto sotto l’amministrazione del governo giordano. Alcuni palestinesi profughi andarono ad abitarci.

 

  1. L‘occupazione israeliana della Città Vecchia durante la guerra del 1967

Il progetto israeliano per il dominio sulla Città Vecchia è di gran lunga precedente alla sua occupazione. Il progetto prevedeva meccanismi di controllo delle aree limitrofe e l’insediamento di coloni in esse.

2.1.La prima fase. La prima fase fu messa in opera appena conclusa l’occupazione militare della città e prima che ci fossero reazioni a livello locale, regionale o internazionale. Si può ricostruire questa prima fase attraverso alcune iniziative.

2.1.1. Il Quartiere Magrebino. Conclusa l’occupazione militare della Città Vecchia, ci fu un dibattito sul futuro di alcune parti della Città Vecchia tra i generali israeliani e alcuni rabbini. Il dibattito si concluse con la decisione di allargare la piazza davanti al muro del Pianto che fino a quel momento era di appena 120 metri quadrati. Non ebbero seguito le richieste di alcuni rabbini e in particolare di Goren, rabbino capo dell’esercito israeliano nel 1967, di distruggere la Cupola della Roccia e la moschea al-Aqsa per costruire al loro posto il Terzo Tempio.

La mattina dell’11 giugno 1967, le ruspe cominciarono a demolire il Quartiere Magrebino. Dopo appena quattro giorni dalla caduta della Città Vecchia sotto l’occupazione militare, l’opera di demolizione era compiuta. Il quartiere storico, costruito nel XII secolo, non esisteva più. Agli abitanti erano state date tre ore per evacuarlo. Furono scacciate 135 famiglie, circa 650 persone. Tra le vittime si contano, oltre a numerosi edifici storici, il particolare patrimonio architettonico andaluso che ha accompagnato la nostra vita cittadina per 900 anni. L’area del Quartiere Magrebino demolito era di 10.000 metri quadrati che andarono a far parte dell’enorme piazza creata a ridosso dell’area sacra della moschee. La nuova piazza serve sia per le celebrazioni israeliane, sia a creare una contiguità tra il Quartiere Ebraico e il muro del Buraq [muro dell’Ascensione muhammadiana, o del Pianto], prima impedita dall’esistenza del Quartiere Magrebino.

2.1.2. Svuotamento del Quartiere Ebraico. Nel 1948, gli ebrei possedevano circa il 15% dell’area del quartiere, e questo era costituito da 105 edifici, su un totale di 700, e tutto l’insieme veniva definito con l’espressione “Quartiere Ebraico”. Le proprietà ebraiche nella Città Vecchia costituivano lo 0,6% del totale dell’area edificata. Queste proprietà erano distribuite in 192 immobili di varie dimensioni (intendendo per immobile qualsiasi singola proprietà immobiliare sia che si tratti di terreno, di singolo locale o di un edificio intero).

Nell’aprile 1968, a 10 mesi dall’occupazione, il governo israeliano, con un ordine del ministro del tesoro, sequestrò 29 ettari nella Città Vecchia al fine di “ricostruire il  Quartiere Ebraico”. Nell’area sequestrata vivevano 550 abitanti (ovviamente palestinesi). Il sequestro avvenne in base a una legge del governo mandatario [britannico] del 1943 che autorizzava il sequestro di immobili “per utilità pubblica “. Con questo sequestro il nuovo “Quartiere Ebraico” raddoppiò la sua area rispetto a quella del 1948. Nel 1975 vi si erano insediati 1500 ebrei. Oggi l’area del Quartiere Ebraico è quattro volte più grande di quella del 1948 dato che occupa il 15% dell’area dell’intera Città Vecchia. Nel nuovo Quartiere Ebraico non ci sono abitanti non ebrei. Una sentenza dell’Alta corte di Giustizia israeliana vieta ai non ebrei di abitarvi al fine di “garantire la convivenza e la pace interna della città”.

Chi lo visita oggi può immediatamente notare come il nuovo Quartiere Ebraico, sotto il profilo architettonico, non si armonizzi con gli altri quartieri della Città Vecchia, ne deturpi l’armonia, e non vi si svolga una vita naturale, poiché, si può ben vedere, si tratta di uno strumento politico e propagandistico, cioè di un vero e proprio “ghetto”, creato dagli ebrei stessi. Si può notare peraltro che Gerusalemme, nonostante il “luccicante” Quartiere Ebraico, sia ancora una città araba, e che tutti gli altri quartieri conservino la vitalità e il carattere arabo-orientale.

2.1.3. Gli scavi israeliani. L’archeologia ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione della leggenda di una continuità storica della presenza ebraica in Palestina. Gli scavi archeologici hanno tuttora un duplice obiettivo: da una parte servono a emarginare sempre di più la presenza palestinese con l’incremento delle aree dichiarate “aree protette di interesse storico ” che servono anche come attrazione turistica. Per altro verso gli scavi archeologici servono a contrapporre la presenza ebraica a quella araba, cristiana e musulmana, cioè alle chiese, alle moschee, alle case e ai mercati arabi che costituiscono la città stessa. L’area maggiormente interessata dagli scavi archeologici è la parte sud occidentale dell’Area Sacra [delle moschee] che ha visto una particolare attività tendente a cercare i resti del Tempio. Gli scavi hanno portato a scoperte di straordinaria importanza, ma tutte sono relativa alla presenza araba nella città, di epoca omayyade (secoli VII e VIII). Sono stati scoperti quattro palazzi omayyadi e decine di edifici romani e bizantini. Gli scavi si sono estesi fino a interessare l’intera città, ma non hanno portato a nessuna scoperta significativa sulla storia ebraica. Dalla fine degli anni Sessanta è cominciata un’intensa attività di scavo sotto il livello delle fondamenta degli edifici storici, è stata creata così la famosa “galleria” inaugurata nel settembre 1996 dall’allora primo ministro israeliano Netanyahu. Lo scavo e l’inaugurazione della “galleria” hanno portato a manifestazioni di protesta, con il massacro dei manifestanti che ne è seguito. In realtà questi scavi non tendono a una maggiore conoscenza della storia antica di Gerusalemme, in parte già acquisita nell’ultimo secolo e mezzo, mira piuttosto al controllo del sottosuolo della città e in particolare al controllo dell’Area Sacra [delle moschee].

2.1.4. Sequestro della Madrasa al-Tankiziyya. Questo edificio, costruito nel 1336 e considerato uno dei grandi capolavori dell’architettura islamica, si affaccia sul muro occidentale dell’Area Sacra [delle moschee]. Fu sequestrato nel 1969 e trasformato in caserma dell’esercito israeliano. Dal terrazzo di questo edificio i soldati israeliani sparano sui fedeli che si fermano a pregare e su eventuali manifestazioni di protesta: da quel terrazzo hanno sparato contro i manifestanti nel settembre 1996 provocando una strage, e da qui hanno continuato a sparare nel corso della seconda intifada.

2.1.5. Sequestro di altri edifici.  Il governo israeliano ha continuato nel tempo a sequestrare edifici nella Città Vecchia, con pretesti vari, tra cui i famosi “motivi di sicurezza”. Se viene ucciso un israeliano l’intera area viene posta sotto sequestro. Sono stati sequestrati così gli edifici che si affacciano sul muro del Pianto. Altri immobili sono stati sequestrati in base alla legge sulle “proprietà degli assenti” [cioè dei palestinesi], e così via.

2.2. La seconda fase. Si può affermare che l’ascesa al potere del Likud nel 1977 abbia segnato l’inizio di una nuova fase nell’attuazione del progetto israeliano di domino sulla Città Vecchia. Con i governi del Likud, la politica di colonizzazione della città ha seguito alcune direttive che si ispirano sia alla parola d’ordine lanciata da Menahem Begin, primo likudista a essere capo del governo israeliano, per cui “gli ebrei hanno il diritto di insediarsi a Gerusalemme ovunque vogliano”, sia alla parola d’ordine di Teddy Kollek, ex sindaco israeliano laburista della città, secondo cui la colonizzazione israeliana “è necessaria alla convivenza pacifica tra arabi ed ebrei” e “per conservare il mosaico di civiltà che caratterizza la città”.

Alla fine degli anni Settanta il governo israeliano ha dedicato una voce del bilancio dello stato al controllo degli immobili la cui proprietà è palestinese. La precedenza è stata data all’insediamento di ebrei nei quartieri musulmani e, in seconda priorità, nel quartiere cristiano. L’esempio fu dato dall’allora ministro della difesa, e oggi primo ministro, Ariel Sharon, che mise le mani su un edificio vicino a Bab al-‘Amud  [la Porta di Damasco]. Una particolare attenzione fu data all’acquisizione, con vari mezzi, degli immobili lungo il muro occidentale dell’Area Sacra [delle moschee], nei punti che sovrastano la famosa galleria e in direzione di piazza del muro del Buraq. Va detto che il muro meridionale dell’Area Sacra e l’intera zona esterna è adesso sotto totale controllo israeliano e che un terzo del muro occidentale si trova all’interno della piazza del muro del Buraq e della Madrasa al-Tankiziyya. Il muro del piccolo Buraq (o Ribat al-Kurd [Castro dei Curdi]) è esposto continuamente a tentativi di sequestro da parte israeliana per congiungere i vari punti dell’insediamento ebraico. Per il momento tale congiungimento è garantito attraverso il controllo del sottosuolo (la famosa galleria, ad esempio) e dei terrazzi degli edifici.

Fuori del nuovo Quartiere Ebraico allargato, ci sono 79 immobili che i coloni sono riusciti a controllare fino a oggi, distribuiti nei vari quartieri della Città Vecchia.

2.3. La terza fase: dopo Oslo, 1993. Si caratterizza per l’intensificazione dell’azione del movimento di colonizzazione e delle attività di insediamento al fine di prevenire le trattative sullo status finale della città, a creare cioè il fatto compiuto irreversibile. Tutto ciò è stato reso esplicito attraverso una intensa campagna che mira a prendere possesso delle aree adiacenti alle mura della Città Vecchia. A cominciare dal 1993 le autorità israeliane hanno iniziato un’azione sistematica di pressione contro le istituzioni cittadine per costringerle a trasferire le loro sedi nelle zone assegnate all’amministrazione dell’Autorità palestinese. E’ stata seguita una politica di chiusura di Gerusalemme, di isolamento della città dal resto della Cisgiordania e di intensificazione delle pressioni sugli abitanti per costringerli a lasciare la città. Nonostante l’intensità dell’azione, le autorità israeliane non possono vantare brillanti risultati. Impadronirsi di qualsiasi immobile è diventata un’operazione estremamente difficile. Le associazioni palestinesi impegnate nella resistenza al sequestro degli immobili attualmente sono più accorte e più efficienti. Sono migliorati livello, qualità e metodi di reazione dei palestinesi, sono migliorati pure gli stessi meccanismi di difesa degli immobili e sono nate strutture che si occupano del restauro degli edifici e di migliorarne le condizioni abitative.

 

  1. Gruppi di coloni organizzati per l’insediamento

3.1. Esistono alcuni gruppi di coloni che agiscono nella Città Vecchia  sorretti dal governo israeliano e dai suoi vari organismi. Questi gruppi e organizzazioni ricevono appoggi finanziari, logistici e di informazioni dal municipio israeliano di Gerusalemme. Va detto che il più importante di questi movimenti è rappresentato dallo stesso governo israeliano che ha sequestrato la maggior parte degli immobili, ha distrutto interi quartieri, si rifiuta di evacuare i coloni quando occupano le abitazioni palestinesi e ispira le sentenze dell’Alta corte di giustizia israeliana che respingano le cause intentate dagli abitanti palestinesi in difesa delle loro proprietà. Le autorità israeliane nell’opera di colonizzazione sono affiancate da otto gruppi di coloni che agiscono nella Città Vecchia. Elenchiamo i tre più importanti.

3.1.1. Il gruppo ‘Atret Kohenim. Fondato nel 1978, si fa interprete dell’idea che sia necessario espellere “tutti gli arabi” (pulizia etnica) per determinare le condizioni per la “ricostruzione del Tempio”. Il gruppo si occupa in particolare dei preparativi “per la ricostruzione del Tempio”, di preparare i sacerdoti e di predisporre quanto è necessario in vista dell’ora “ormai prossima” per la ricostruzione. Tra le ultime curiose iniziative del gruppo è la preparazione di un candelabro (menorah) d’oro zecchino del costo di tre milioni di dollari che si aggiunge ad altri oggetti di culto approntati per essere usati nel futuro tempio. Il gruppo riceve sostanziosi appoggi e finanziamenti dal governo israeliano, dal municipio israeliano di Gerusalemme e da alcuni mecenati americani ebrei capeggiati dal sig. Moskovich. Questo è un nome legato a un nuovo insediamento, che è ormai pronto, a Bab al-Amud [Porta di Damasco] e al progetto di un nuovo insediamento da costruire ad Abu Dis.

3.1.2. Il gruppo ‘Atret Leosna’. Fondato nel 1984, il gruppo ha l’obiettivo di far rivivere le tradizioni del Tempio e di preparare i sacerdoti del Terzo Tempio in attesa del Messia. Un altro degli obiettivi è “liberare” Gerusalemme dagli “stranieri” in modo da permettere l’insediamento dei sacerdoti del Tempio, dato che il clima che esiste nella città ostacolerebbe il ritorno del Messia. Questo movimento è finanziato formalmente dal governo israeliano ed è sostenuto dall’ufficio del rabbino capo ashkenazita. Negli Stati Uniti inoltre raccoglie sottoscrizioni e qui è registrato come associazione  “non a scopo di lucro”, per cui le somme che riceve vengono detratte dalle tasse dei sottoscrittori.

3.1.3. Il gruppo El ‘Ad. Fondato nei primi anni Novanta, ha l’obiettivo di espellere gli abitanti da Silwan e da Sheikh Jarrah, al fine di creare una continuità tra le aree dei coloni insediati dentro le mura della Città Vecchia con gli insediamenti fuori le mura.

3.2. I  vari gruppi sono coordinati,  ma svolgono ruoli diversificati, in particolare per quanto riguarda la dislocazione territoriale dell’operato di ciascuno di essi. L’ambito di azione comune, dove si esplica un maggiore coordinamento, è nell’individuazione delle antiche o precedenti proprietà ebraiche, dei luoghi a cui si rifà la tradizione ebraica, e nell’azione di sequestro, occupazione, acquisto, locazione dell’immobile individuato. Compito del singolo gruppo invece è portare a termine l’operazione. Il coordinamento tra i gruppi si esplica anche nella ristrutturazione, ricostruzione, sopraelevazione, ecc. degli edifici di cui entrano in possesso. E coordinata è anche la scelta del nucleo familiare a cui assegnare, gratuitamente, l’immobile. Hanno la priorità i nuclei familiari giovani con molti figli.

Parallelamente ai gruppi attivi nella presa di possesso degli immobili, agiscono altri gruppi strettamente legati al movimento dei coloni, specializzati nella questione della “ricostruzione del Tempio”. Il più importante di questi gruppi è quello dei “Custodi del Monte del Tempio” capeggiato dal sig. Jarshon Salomon, un noto razzista. Fondato nel 1967, cerca ogni anno, il giorno 9 agosto del calendario ebraico, di posare la prima pietra del Tempio nel cortile della Moschea al-Aqsa [dentro l’Area Sacra]. Le azioni di questo gruppo hanno portato a ripetuti scontri con gli abitanti [palestinesi] della Città Vecchia. Un altro gruppo importante è l'”Associazione del Monte del Tempio”. Il medesimo obiettivo, la “ricostruzione del Tempio”, è perseguito da molti altri piccoli gruppi fra cui il “Movimento dei Visitatori di Sion” e il “Fondo del Monte del Tempio”. Si può aggiungere anche l'”Ambasciata Cristiana Internazionale” (International Christian Embassy), fondata nel 1980, dopo che il governo israeliano ha fallito nel far trasferire le ambasciate straniere da Tel Aviv a Gerusalemme. L’ “Ambasciata” considera un dovere religioso fornire “sostegno sufficiente ” allo Stato di Israele, e questo in quanto identificato nell’Israele biblico.

  1. Mezzi di appropriazione degli immobili. La presa di possesso degli immobili avviene utilizzando i mezzi più disparati. Sembra certa l’esistenza di un archivio centrale che, oltre ai dati riguardanti gli immobili della Città Vecchia di Gerusalemme, raccoglie anche informazioni sui loro proprietari. Da qui traggono informazioni i vari gruppi che agiscono per entrare in possesso degli immobili. Gli strumenti più frequenti per prendere possesso “legale” degli immobili, sono elencati qui di seguito.

4.1. Requisizione di immobili perché di proprietà o usati da ebrei prima del 1948.

4.2. Applicazione della legge israeliana sulle “proprietà degli assenti” [i palestinesi espulsi, strumento giuridico attraverso il quale Israele legalizzò l’appropriazione del territorio, delle città e dell’intero paese occupato nel 1948], a prescindere dal motivo dell’assenza.

4.3. Sequestro delle proprietà del demanio e dei beni affidati all’amministrazione giordana prima del 1967.

4.4. Requisizione dei siti archeologici e di quelli di interesse storico, in base alla legge di “utilizzo per il bene pubblico” o della legge di “utilizzo per la pubblica sicurezza”.

4.5. Appropriazione per effetto della legge israeliana sull’eredità per cui, in mancanza di eredi, è lo Stato a essere considerato “erede”.

4.6. Requisizione attraverso la falsificazione dei documenti di proprietà.

4.7. Quando il proprietario palestinese è coinvolto in un credito bancario.

4.8. Attraverso il ricatto, quando un proprietario palestinese è implicato in un affare di droga.

4.9. Il prezzo dell’immobile può essere enormemente sopravvalutato rispetto al prezzo di mercato.

4.10. Un intermediario palestinese si incarica di acquistare l’immobile per poi passarlo ai coloni.

  1. Conclusione. Il rapporto che lega gli ebrei a Gerusalemme è un legame spirituale forte carico di significati simbolici, che a partire dall’epoca romana cambiano nel corso del tempo. Nei periodi in cui gli ebrei hanno avuto la possibilità di vivere a Gerusalemme, [cioè negli ultimi 1400 anni sotto i governi musulmani] hanno preferito continuare a vivere nei loro vari paesi d’origine nei quali condividevano il benessere. Si è anche verificato che nei momenti in cui aumentava la pressione contro di loro, Gerusalemme emergeva come simbolo messianico della continuità ebraica, e Sion come garanzia di coesione e di salvezza. In quei periodi aumentava la carica simbolica di Gerusalemme.

La lotta per Gerusalemme, e in particolare per la Città Vecchia, non è finita. E’ facile prevedere che la città attraverserà momenti difficili, poiché la parola d’ordine “mantenere Gerusalemme unita capitale eterna di Israele” resta tuttora strumento demagogico dei partiti politici israeliani, compresi quelli liberali e di sinistra.

 

* Nadhmi al-Ju’beh, archeologo, è docente all’Università di Bir Zeit

** Traduzione dall’arabo di Wasim Dahmash