Un cartellino rosso agli Europei d’Israele

Un cartellino rosso agli Europei d'Israele - di Michele Giorgio
- Il Manifesto - 30-05-2013
“Città addobbate a festa e grande risalto mediatico per un evento a cui Tel Aviv tiene molto. Anche ai palestinesi piace il football, ma non possono praticarlo a causa dell’occupazione militare
Lo sport non ama lasciarsi coinvolgere in crisi politiche e conflitti. Troppi gli interessi miliardiari in ballo. È accaduto ad aprile per il GP di Formula Uno di Sakhir, nel Bahrain teatro da oltre due anni di proteste popolari contro la monarchia assoluta. Accade ora per Israele dove la prossima settimana avrà inizio il campionato europeo under 21, che vedrà la partecipazione anche della nostra nazionale. Per lo Stato ebraico è un evento di eccezionale importanza.
Il calcio pur essendo uno sport molto seguito e praticato non ha mai regalato grandi soddisfazioni agli israeliani affamati di partite ad alto livello. Per questo il Paese è addobbato in modo speciale per l’occasione e i media locali danno grande risalto al torneo europeo per giovani calciatori, assieme ai resoconti sull’aumento della tensione nella regione e alle analisi degli esperti sulle possibili «iniziative militari» contro Siria, Hezbollah e Iran.
Anche i palestinesi amano il calcio e pure tanto. Per capirlo è sufficiente girare in Cisgiordania o a Gaza per vedere gli stormi di bambini e ragazzi che inseguono un pallone su campi spelacchiati, oppure in occasione del derby Real Madrid – Barcellona per verificare la passione con la quale si segue nei Territori occupati il calcio internazionale ad alto livello. Solo che i palestinesi, a differenza degli israeliani, il calcio e altri sport di squadra non possono praticarli liberamente perché sono soggetti alle restrizioni imposte dall’occupazione militare.
Gli atleti di Gaza, per esempio, raramente ottengono l’autorizzazione per entrare in Cisgiordania. L’ultimo caso è quello dei cinque giovani ai quali è stato negato il permesso per prendere parte alla Maratona di Betlemme. I calciatori non godono di alcuna esenzione dal rigido sistema di controllo e sicurezza che grava sui Territori occupati e che impedisce lo svolgimento di un unico campionato di calcio palestinese. Qualche mese fa ci sono voluti tre mesi di sciopero della fame e una protesta internazionale perché Israele rilasciasse il nazionale Mahmoud Sarsak, arrestato mentre viaggiava da Gaza per la Cisgiordania, rimasto in cella per tre anni senza capo d’accusa né processo, in «detenzione amministrativa». Restano in prigione, insieme a 4.500 detenuti politici, il portiere della squadra olimpica Omar Abu Rois e il giocatore di Ramallah Mohammed Nimr. Tre nazionali – Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshate – sono rimasti uccisi nell’offensiva israeliana «Piombo fuso» contro Gaza (dicembre 2008 – gennaio 2009) e i palestinesi sostengono che un altro calciatore, Zakaria Issa, sia morto di cancro in prigione per non aver avuto cure adeguate alla sua grave malattia. L’ultima operazione contro Gaza, lo scorso novembre, ha visto gli F-16 e i droni israeliani prendere di mira anche strutture sportive come la sede del Comitato Nazionale Paraolimpico e lo Stadio Nazionale di Rafah.
Nel settembre 2010 il presidente dell’Uefa e indimenticato fuoriclasse francese Michel Platini, si disse preoccupato: «Israele deve scegliere tra consentire allo sport palestinese di continuare e prosperare oppure essere costretto ad affrontare le conseguenze per i suoi comportamenti». Da allora però è cambiato ben poco e la scorsa settimana il segretario generale dell’Uefa, lo svizzero Gianni Infantino, ha detto in conferenza stampa che la sua organizzazione così come la Federazione israeliana, «non possono essere considerate responsabili per le politiche di un governo nazionale. Non abbiamo in progetto di spostare la competizione che viene tenuta da un legittimo membro dell’Uefa». Parole che rappresentano la risposta alle iniziative di protesta e di boicottaggio degli Europei Under 21 avviate da comitati palestinesi e da attivisti in diversi Paesi.
Tra le voci di dissenso per l’assegnazione del torneo europeo a Israele c’è anche quella dell’arcivescovo sudafricano e premio Nobel Desmond Tutu che in una lettera accusa l’Uefa di «totale insensibilità» davanti alla «palese discriminazione» contro la popolazione palestinese, nello stesso momento in cui adotta norme contro il razzismo.
In Italia la campagna «Cartellino Rosso per l’Apartheid Israeliana» ha tentato di sensibilizzare gli “azzurrini” prima della partenza per Tel Aviv ricordando, tra le altre cose, che gli stadi dove si svolgeranno le partire del torneo europeo Under 21 sono situati a Gerusalemme, Tel Aviv, Netanya e Petah Tikva, il più delle volte in aree dove sorgevano villaggi palestinesi distrutti nel corso della Nakba (Catastrofe) del 1948. Il calcio però non ascolta e sceglie, come troppo spesso accade, di tenersi lontano da politica e società.

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