Bombardamenti in Siria o di come l’opinione pubblica occidentale non distingua l’aggressore dall’aggredito.

La notte tra il 14 e il 15 aprile la Siria ha subito un bombardamento da parte degli Stati Uniti d’America e gli alleati Regno Unito e Francia. Si tratta dell’ennesimo attacco di matrice imperialista a uno stato che da ben sette anni resiste ai molteplici tentativi di distruzione dall’esterno.

Sembrerebbe scontato assistere alla condanna unanime, almeno del mondo progressista, a un attacco imperialista, ancor più se effettuato utilizzando il falso pretesto delle armi chimiche (come avvenne in Iraq nel 2003, quando la stessa menzogna venne largamente diffusa per giustificare l’attacco), invece, a distanza di cinque giorni, la maggioranza della classe politica si è preoccupata, piuttosto, di giustificare, minimizzare o, addirittura, sostenere i bombardamenti.

 

Non c’è da stupirsi che tanti politici non si siano voluti esprimere chiaramente contro l’azione della NATO; ciò che stupisce, in realtà, è l’atteggiamento di diversi movimenti “pacifisti”, associazioni e individui attivisti che, nella più totale confusione, hanno preferito porsi in una posizione di equidistanza tra gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia da una parte e la Siria e i suoi alleati dall’altra, ovvero hanno scelto l’equidistanza tra l’aggressore e l’aggredito. La motivazione di questa mancata presa di posizione risiede nel fatto che gli equidistanti considerano il governo di Bashar al-Assad una dittatura sanguinaria e che, quindi, seppur stia difendendo la sovranità siriana e il popolo siriano, secondo loro, si meriterebbe di essere bombardato.

 

Certamente il governo Assad né prima del 2011 né ora si può considerare una “democrazia”, allo stesso tempo però è necessario riconoscere che questo stesso governo è stato in grado di difendersi da un’aggressione esterna (è innegabile che sia così) che è passata non solo sul campo di battaglia ma anche per le sanzioni imposte dagli Stati Uniti (la Libia, ad esempio, non ce l’ha fatta). La Siria, nonostante sette anni di sanzioni e di guerra, ha ancora abbastanza pane per sfamare il suo popolo, questo perché il governo ha preso le misure appropriate e perché non era un paese in debito, anzi era in una situazione economicamente attiva.

 

Considerato questo, è facile supporre che l’obiettivo della NATO fosse, già da prima dello scoppio dell’aggressione, quello di distruggere la Siria in quanto unico stato arabo economicamente e militarmente forte non allineato all’occidente, quindi un pericolo per gli interessi occidentali in Vicino Oriente. La strategia sarebbe stata quella nota: un regime change verso qualcosa di meno secolare e più facilmente controllabile dall’occidente.

 

Dunque, se è vero che in Siria non c’era e non c’è democrazia ed è vero che le proteste contro il governo Assad c’erano, è difficile considerare questi due fattori rilevanti nell’analisi della situazione siriana dal 2011 a oggi. Ciò che si può dedurre da questi sette anni è che il popolo e l’esercito arabo siriano hanno fatto quadrato attorno al proprio governo, infatti ancora prima della tardiva entrata in scena dei russi (ovviamente interessati a difendere i propri interessi di alleati) il governo non è caduto. Il governo di Bashar al-Assad è stato in piedi perché ha saputo difendersi e ha cercato di difendere il popolo da gruppi terroristici di importazione (quali ISIS, al-Nusra, al-Qaeda) che in diverse situazioni si sono rivelati affiancati (quando non interscambiabili) ai membri del FSA. Sarà pur vero che qualche gruppo sedicente rivoluzionario legato alle prime proteste sia rimasto contro il governo durante il conflitto, ma per farlo si è imbarcato o si è fatto inglobare dai mercenari del tutto disinteressati al benessere della Siria.

 

La bandiera del FSA (al centro) e quella del Jabat al-Nusra (a destra)

 

Già dall’inizio delle ostilità nel 2011 e ancora oggi, l’opinione diffusa tra i compagni siriani e palestinesi di Damasco è che se dovesse esserci la caduta del governo Assad, questa non avverrà per volontà del popolo siriano, ma di attori esterni; probabilmente è un’opinione da tenere in conto più dei dati forniti dagli White Helmets e raccolti da altri enti con sede in Inghilterra (SNHR o SOHR).

Una volta che la Siria sarà fuori pericolo da questo attacco imperialista, si potrà decidere lucidamente di dare il nostro appoggio e la nostra solidarietà in senso di lotta internazionalista al popolo siriano, ma ad oggi, ogni attacco al governo siriano non è altro che un assist a coloro che vogliono distruggere la Siria.

Stare col popolo siriano adesso non significa rimanere equidistanti, ma stare dalla parte dell’aggredito contro l’aggressore.